Ass. Nazionale Carabinieri Venezia
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Cenni Storici sul Convento di San Zaccaria ILe prime notizie certe riguardanti il monastero di San Zaccaria le abbiamo dal testamento del doge Giustiniano Partecipazio, redatto nell'anno 829, nel quale ricorda anche l'erezione del monastero di Sant'Ilario. Entrambi i monasteri sarebbero stati edificati nell'anno 827, con il contributo dello stesso doge. Nel testamento egli ricorda anche l'arrivo a Venezia, nell'anno 828, delle reliquie di San Marco, e le disposizioni per la costruzione di una chiesa per poterle custodire: la futura basilica di San Marco. Un'altra tradizione, suffragata da un documento ritenuto poi dagli storici un falso (anche se molto antico), vorrebbe che all'erezione della chiesa e monastero di San Zaccaria vi avesse contribuito anche l'imperatore d'oriente Leone V l'Armeno, che avrebbe inviato a Venezia alcune reliquie, tra le quali quelle del santo titolare. La dedicazione a San Zaccaria potrebbe essere dovuta proprio all'arrivo a Venezia di questa importantissima reliquia, oppure all'intenzione politico-religiosa di Venezia di porsi al di sopra e al di fuori delle controversie dell'epoca, riallacciandosi, con i corpi di Marco e Zaccaria, direttamente al primo cristianesimo. Potremmo dire dunque che San Zaccaria fosse stata una specie di seconda Cappella Ducale, dopo San Marco. Un legame dunque con il Palazzo Ducale che si celebrerà nel corso dei secoli, per tutta la vita della Repubblica, con l'annuale visita del Doge. Il monastero benedettino di San Zaccaria divenne ben presto il più famoso fra i conventi femminili della città e del dogado. Numerosi furono i beni di cui per dote, per eredità o donazione, il monastero venne in possesso: case in città, corti in campagna, vigne e orti nell'estuario, saline, valli da pesca, ecc. Nel 914 Ingelfredo, conte di Verona, donava la corte di Petriolo, nei pressi di Monselice; nel 1005 Rambaldo, conte di Treviso, lasciava dei beni a Brendole e a Zelarino. Da un inventario del 1305 risultava che il monastero possedeva 153 case a Venezia, campi affittati a Ronco e a Monselice, campagne nel trevigiano, vigne e orti in laguna, saline a Chioggia, ecc. Elenco che crescerà ancora nel corso dei secoli. Con queste premesse è chiaro come il monastero attraesse le figlie delle più importanti case patrizie, anche se spesso, com'era nella consuetudine dell'epoca, venivano a loro date cospicue doti. Tutti questi fatti fecero che una vera vita religiosa fosse ben lontana dalle sue mura, anche se non mancarono esperienze di autentica religiosità. In occasione della visita apostolica del 1581, il Senato decise che ne sarebbero stati esclusi tutti i conventi femminili della città: si temeva, infatti, che se la verità fosse venuta alla luce, con le conseguenti ed inevitabili riforme, ben poche sarebbero state le ragazze disposte volontariamente a prendere il velo. Un altro sintomatico episodio era accaduto nel 1514, durante il patriarcato di Antonio Contarini, che nella sua azione riformatrice, supportato anche dal Consiglio dei Dieci, aveva inviato un suo vicario con lo scopo tra l'altro di far chiudere il famoso e famigerato parlatorio, ma il malcapitato era dovuto fuggire, preso a sassate dalle stesse monache, che ricorsero poi presso i loro potenti parenti e amici; della cosa si interessò perfino il Sommo Pontefice, e si decise di lasciare le cose come stavano. Il monastero, rifugio principale delle patrizie veneziane escluse dal patrimonio ereditario, divenne ben presto il più famoso tra i conventi della città lagunare e del dogato per ricchezza di beni e possedimenti, nonché per la fastosità dei ricevimenti che avevano luogo nel parlatorio delle monache e per gli intrighi che le medesime intessevano in città e nello stesso dogato. Alcuni importantissimi pittori, come il Francesco Guardi, il Pietro Longhi ed ultimo il Giuseppe Gobbi hanno saputo illustrare come venivano vedute all’epoca le feste e gli avvenimenti sociali presso il parlatorio delle monache del convento di San Zaccaria. Per tutta la lunga vita di questo monastero, vi gravò quasi come un peso il peccato d'origine, cioè lo stretto legame tra la comunità monastica e il patriziato, con vincoli di sangue, affetti forzatamente spezzati o disperatamente inseguiti. Ben otto dei primi dogi vennero qui sepolti: alcuni costretti a farsi monaci, come Pietro Tribuno (911) e Domenico Morosini (1156); altri uccisi nelle immediate adiacenze, come Pietro Tradonico (864) e Vitale Michiel (1172), in modo tale che la chiesa divenne in quei primi tempi il pantheon della città. Una tradizione vorrebbe che qui avesse trovato ospitalità anche papa Benedetto III, rifugiatosi a Venezia per sfuggire alla violenza dell'antipapa Anastasio. In questa circostanza avrebbe donato alla chiesa le reliquie di San Pancrazio e di Santa Sabina. Si vuole anche che l'imperatore Ottone III, venuto a Venezia per incontrarsi con il doge Pietro Orseolo II, nell'anno 1000, abbia qui passato la notte, come rappresentato in un dipinto all'interno della chiesa. Era la notte di Pasqua, e molto probabilmente ebbe da qui origine la tradizionale visita del doge alla chiesa e al convento, che avveniva il lunedì di Pasqua.. Nel 1106 il convento fu gravemente danneggiato da un incendio. Nella prima metà del '400 fu riedificato e in seguito ampliato con due chiostri ad opera dell'architetto Antonio Gambello. Il chiostro, con logge e portici a pavimentazione a spina di pesce e in argilla cotta, era fornito di una pregiata vera da pozzo, in marmo rosso di Verona, asportata e sistemata in un palazzo viennese durante il governo Asburgico. Nel 1483, alla morte dell’arch. GAMBELLO, il completamento del complesso fu affidato all’arch. Mauro CODUSSI, il quale progettò un secondo chiostro a logge e portici con vera da pozzo centrale e serbatoio per l’acqua potabile interrato e in seguito costruito in pietra d’Istria e trachite euganea. L'accesso al complesso monastico avveniva attraverso un sottoportico dalla Riva degli Schiavoni, mentre da campo San Provolo l'accesso era attraverso un portale gotico fiorito della scuola dei Bon, ove, in un bellissimo bassorilievo, è rappresentata La Madonna con il Bambino fra San Giovanni Battista, San Marco e San Zaccaria. Entrambi gli accessi erano chiusi da portoni durante la notte, mentre durante il giorno erano aperti dall'alba al tramonto consentendo così il transito. Due iscrizioni lapidee del Magistrato contro la biastema proibiva, sotto gravissime pene, qualsiasi atteggiamento immorale o ludico nel campo. Famoso per tradizione, ebbe sempre la benevola protezione della Signoria Dogale che, annualmente, nel giorno di Pasqua, vi si recava a udir vespro in gesto di gratitudine per la concessione fatta dalle monache al doge Sebastiano Ziani, sulla fine del 1100, di una parte del “brolo (parte di terreno) per l’ampliamento della Piazza San Marco. Per quell’occasione il doge portava in capo il “corno ducale” con cui era stato incoronato, a ricordo della donazione fatta, per la prima volta, alla Repubblica di tale copricapo ducale da parte di una badessa di San Zaccaria. Il 1806, successivamente all’occupazione napoleonica (1796), segnò la soppressione del monastero. L’edificio rimase abbandonato fino al rientro in città degli austriaci nel 1815, i quali vi ospitarono gli uffici della ragioneria centrale. Seguirono, così, notevoli lavori di ristrutturazione per adattare il convento alle nuove destinazioni d’uso. Infatti, i corpi di fabbrica edificati alla destra della chiesa, gli uffici del comando Provinciale, Comando Compagnia, Stazione San Marco e gli alloggi, furono costruiti tra il 1820 e il 1860. Nel 1866, con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, l’ex convento fu adibito a Presidio Militare del Regio Esercito con contestuale insediamento di un manipolo di carabinieri reali, con compiti di Polizia Militare. Dal 1890 al 1918 il luogo ospitò anche un comando di fanteria che fornì truppe per la guerra di Eritrea (1895-1898), per la guerra Italo Turca (1911- 1912) e per la Ia guerra mondiale. Nel 1914, con Regio Decreto, la caserma fu dedicata alla Medaglia d'Oro al Valor Militare al Colonnello dell'Esercito Nicolò Madalena, nato a Venezia nel 1863 e caduto eroicamente in combattimento in Libia (Cirenaica) nel 1913.(In allegato notizie sull’ufficiale). Sul finire della prima Guerra mondiale, l'edificio venne assegnato all'Arma dei Carabinieri Reali divenendone proprietà del Demanio civile dello Stato. Per quanto riguarda la caserma, ha un perimetro ad L che sviluppa una superficie di 3.500 mq; è delimitato a ovest, dall’abside della chiesa di San Zaccaria e dal campo omonimo, a nord, dalla fiancata destra della stessa chiesa e dalla scuola elementare Barbarigo ”, a est, da un canale, rio dei greci, inserito nel bacino di San Marco, a sud da una porzione dell’Hotel Wildner e dall’Hotel Londra. Gli edifici non ospitano opere d’arte di rilievo ad eccezione di elementi dello stesso ordine architettonico della chiesa, quali archi a tutto sesto, capitelli, colonne e chiavi di volta di origine codussiana, il portale d’ingresso e la scala, da cui si accedeva nelle stanze della madre badessa e alcuni quadri e mobili sei-settecenteschi negli uffici del Comando Provinciale. Festa o visita del Doge a San Zaccaria Al tempo che Agostina Morosini era Badessa in San Zaccaria, cioè a dire, l’anno 855, il Pontefice Benedetto III fu in Venezia, e visitò quella chiesa e quel monastero. Penetrato vivamente d’ammirazione per la virtù e santità che vide regnare fra quelle sacre vergini, volle, tornato a Roma, dare una testimonianza della sua soddisfazione con l’arricchirle di un gran numero di reliquie e d’indulgenze. In quell’occasione La badessa avrebbe ricevuto in dono il copricapo ducale dallo stesso papa Benedetto III. Con questa origine pontificia l'incoronazione del doge diventava simile a quella dell'imperatore, anche per questo il doge lo poteva porre sul capo solo il giorno della sua elezione. Fu allora che il Doge Pietro Tradonico (la cui famiglia fu poi detta Gradenigo) cominciò a visitare il tempio di San Zaccaria fra il concorso del popolo. Sarebbe stato un vero scandalo a quei tempi, in cui tutto respirava la più pura, e la più solida pietà, se il capo della Repubblica avesse mancato di assistere a solennità religiosa. Si fissò dunque il giorno di Pasqua come il più adattato all’annuale visita. La Badessa Morosini lietissima di vedere il Doge processionalmente venire alla sua chiesa gli offerse, d’accordo colle sue religiose, un regalo degno di lui, e della ricca eredità di cui ella godeva. Fu questo una specie di diadema repubblicano, che si chiamava Corno Ducale di un valore straordinario. Esso era tutto d’oro: aveva il contorno ornato di ventiquattro perle orientali in forma di pere. Sulla sommità risplendeva un diamante ad otto facce, di un peso, e di una lucidezza mirabile. Nel dinanzi un rubino anch’esso di massima grossezza, che abbagliava colla vivacità del suo colore e del suo fuoco. Come poi descrivere la gran croce che stava nel mezzo del diadema? Era questa composta di pietre preziose, e particolarmente di ventitré smeraldi, dei quali cinque, che formano il traverso, vincevano in bellezza quanto si può vedere in tal genere. Regalo così inestimabile venne dal Doge sommamente gradito, e da quel momento si stabilì, che il superbo diadema non avesse a servire se non per il giorno della coronazione dei nuovi Dogi. Ma perché quelle buone religiose non stessero del tutto prive del piacere di rivederlo (piacere che richiamava alla memoria un’azione nobilissima di quella comunità), si decretò inoltre, che tutti gli anni nel giorno della visita da farsi a San Zaccaria, esso verrebbe tratto dal pubblico tesoro, e sopra un bacino presentato dal Doge medesimo, e mostrato a tutte le suore; il che fu sempre esattamente eseguito. Un triste avvenimento accaduto l’anno 864 contribuì a dare a questa Festa un lustro maggiore. Da lungo tempo vi avevano in Venezia forti dissensioni fra alcune nobili famiglie, e sotto il Ducato di Tradonico più che mai infierivano. Tutta la città pareva divenuta un campo di battaglia; non essendovi giorno, in cui le due fazioni non si scontrassero, e non venissero fra di loro alle mani. Si azzuffavano a torme, mai si distaccavano senza prima avere sparso molto sangue. Il Doge tutto tentò per conciliare gli accaniti cittadini; ma gli venne ciò che d’ordinario incontra chiunque nel calore delle altrui dispute spiega uno spirito conciliatore. Volendo destreggiare, si rese sospetto di parzialità ad entrambe le parti. Di fatti è impossibile l’amare ad un’ora due fazioni diverse, e il farsi da esse riamare; conviene di necessità che una di esse rimanga scontenta, e non è raro, che questa mediti la perdita non men della sua rivale, che quella del mediatore stesso. Il Doge mandava ordini, e non era obbedito: minacciava, e le sue minacce si sprezzavano non regnava più disciplina alcuna, né sicurezza nella città. Egli avrebbe voluto punire taluno fra i più ostinati d’ entrambi i partiti, ma nelle discordie civili le punizioni hanno talvolta conseguenze ancor più funeste perché di vantaggio inaspriscono gli animi. Il disordine andava più ognora crescendo: si mormorava contro il Doge; si gridava contro dell’ingiustizia, della tirannia; dalle mormorazioni si venne alle invettive, e l’eccesso del fermento ebbe per sviluppo la morte sciagurata del Doge. Venne egli assalito nel momento che usciva con tutto il suo corteggio dalla chiesa di San Zaccaria. Le guardie cercarono in vano di difenderlo; egli spirò sotto reiterati colpi di pugnale. Succeduto appena il fatto, i cittadini tennero una generale Assemblea in cui dopo aver deplorato LA tragicA fine del Doge, come un attentato orrendo, si crearono tre Commissari che prendessero in rigoroso esame l’affare. Conveniva assolutamente punire i rei per impedire ulteriori sfrenatezze nel popolo, ma si doveva anche fare sì, che in avvenire non potesse alcun Doge abusare della sua autorità, parzialeggiare con alcuna fazione: altrimenti non vi sarebbe differenza veruna fra il capo di una Repubblica libera ed un monarca, il quale si crede tutto permesso, perché niuno osa contrariare i suoi voleri, prescriver limiti alla sua autorità. Questi Triumviri si trassero fuori con vero zelo da una commissione sì gelosa. Si riconobbe l’utilità di tale magistratura, e quindi piacque che fosse perpetua. Ad essa si affidò la custodia delle leggi, ed i suoi membri si chiamarono Avvogadari di Comune. Furono essi sempre mai in grandissima riputazione, poiché erano i principali sostegni della pubblica sicurezza. Si volle poscia dare alla Festa, o per meglio dire, alla visita di San Zaccaria, un aspetto più decoroso, e per ciò si risolse, che il Doge colla Signoria invece di andare a piedi si dovesse recare al monastero nelle sue barche dorate, e che le grandi confraternite si trovassero a quel momento nella chiesa. La folla del popolo si accrebbe allora, e continuò poscia sino all’anno 1796, per acquistare le assegnate indulgenze, e per voglia di ammirare quel diadema, che col suo splendore abbagliava gli occhi di tutti. Il popolo non sa dimenticarlo, e lo piange tuttavia, come piange il pubblico un tesoro sì rinomato, e tante altre ricchezze nazionali miseramente disperse.
P.Longhii - Visite nel parlatoio del Convento di San Zaccaria F.Guardi - Visite nel parlatoio del Convento di San Zaccaria G.De Gobbis - Festa nel parlatoio del Convento di San Zaccaria Viita del Doge  di San Zaccaria - F.Guardi Corno ducale del Doge Lapide del Magistrato affissa nel Campo di San Zaccaria contro qualsiasi atteggiamento immorale
Associazione Nazionale Carabinieri - Sezione di Venezia c/o Comando Provinciale Carabinieri San Zaccaria, Castello 4693/A , 30122 VENEZIA - Tel. 041 528 6235 - Email venezia@sezioni-anc.it
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Cenni Storici sul Convento di San Zaccaria ILe prime notizie certe riguardanti il monastero di San Zaccaria le abbiamo dal testamento del doge Giustiniano Partecipazio, redatto nell'anno 829, nel quale ricorda anche l'erezione del monastero di Sant'Ilario. Entrambi i monasteri sarebbero stati edificati nell'anno 827, con il contributo dello stesso doge. Nel testamento egli ricorda anche l'arrivo a Venezia, nell'anno 828, delle reliquie di San Marco, e le disposizioni per la costruzione di una chiesa per poterle custodire: la futura basilica di San Marco. Un'altra tradizione, suffragata da un documento ritenuto poi dagli storici un falso (anche se molto antico), vorrebbe che all'erezione della chiesa e monastero di San Zaccaria vi avesse contribuito anche l'imperatore d'oriente Leone V l'Armeno, che avrebbe inviato a Venezia alcune reliquie, tra le quali quelle del santo titolare. La dedicazione a San Zaccaria potrebbe essere dovuta proprio all'arrivo a Venezia di questa importantissima reliquia, oppure all'intenzione politico-religiosa di Venezia di porsi al di sopra e al di fuori delle controversie dell'epoca, riallacciandosi, con i corpi di Marco e Zaccaria, direttamente al primo cristianesimo. Potremmo dire dunque che San Zaccaria fosse stata una specie di seconda Cappella Ducale, dopo San Marco. Un legame dunque con il Palazzo Ducale che si celebrerà nel corso dei secoli, per tutta la vita della Repubblica, con l'annuale visita del Doge. Il monastero benedettino di San Zaccaria divenne ben presto il più famoso fra i conventi femminili della città e del dogado. Numerosi furono i beni di cui per dote, per eredità o donazione, il monastero venne in possesso: case in città, corti in campagna, vigne e orti nell'estuario, saline, valli da pesca, ecc. Nel 914 Ingelfredo, conte di Verona, donava la corte di Petriolo, nei pressi di Monselice; nel 1005 Rambaldo, conte di Treviso, lasciava dei beni a Brendole e a Zelarino. Da un inventario del 1305 risultava che il monastero possedeva 153 case a Venezia, campi affittati a Ronco e a Monselice, campagne nel trevigiano, vigne e orti in laguna, saline a Chioggia, ecc. Elenco che crescerà ancora nel corso dei secoli. Con queste premesse è chiaro come il monastero attraesse le figlie delle più importanti case patrizie, anche se spesso, com'era nella consuetudine dell'epoca, venivano a loro date cospicue doti. Tutti questi fatti fecero che una vera vita religiosa fosse ben lontana dalle sue mura, anche se non mancarono esperienze di autentica religiosità. In occasione della visita apostolica del 1581, il Senato decise che ne sarebbero stati esclusi tutti i conventi femminili della città: si temeva, infatti, che se la verità fosse venuta alla luce, con le conseguenti ed inevitabili riforme, ben poche sarebbero state le ragazze disposte volontariamente a prendere il velo. Un altro sintomatico episodio era accaduto nel 1514, durante il patriarcato di Antonio Contarini, che nella sua azione riformatrice, supportato anche dal Consiglio dei Dieci, aveva inviato un suo vicario con lo scopo tra l'altro di far chiudere il famoso e famigerato parlatorio, ma il malcapitato era dovuto fuggire, preso a sassate dalle stesse monache, che ricorsero poi presso i loro potenti parenti e amici; della cosa si interessò perfino il Sommo Pontefice, e si decise di lasciare le cose come stavano. Il monastero, rifugio principale delle patrizie veneziane escluse dal patrimonio ereditario, divenne ben presto il più famoso tra i conventi della città lagunare e del dogato per ricchezza di beni e possedimenti, nonché per la fastosità dei ricevimenti che avevano luogo nel parlatorio delle monache e per gli intrighi che le medesime intessevano in città e nello stesso dogato. Alcuni importantissimi pittori, come il Francesco Guardi, il Pietro Longhi ed ultimo il Giuseppe Gobbi hanno saputo illustrare come venivano vedute all’epoca le feste e gli avvenimenti sociali presso il parlatorio delle monache del convento di San Zaccaria. Per tutta la lunga vita di questo monastero, vi gravò quasi come un peso il peccato d'origine, cioè lo stretto legame tra la comunità monastica e il patriziato, con vincoli di sangue, affetti forzatamente spezzati o disperatamente inseguiti. Ben otto dei primi dogi vennero qui sepolti: alcuni costretti a farsi monaci, come Pietro Tribuno (911) e Domenico Morosini (1156); altri uccisi nelle immediate adiacenze, come Pietro Tradonico (864) e Vitale Michiel (1172), in modo tale che la chiesa divenne in quei primi tempi il pantheon della città. Una tradizione vorrebbe che qui avesse trovato ospitalità anche papa Benedetto III, rifugiatosi a Venezia per sfuggire alla violenza dell'antipapa Anastasio. In questa circostanza avrebbe donato alla chiesa le reliquie di San Pancrazio e di Santa Sabina. Si vuole anche che l'imperatore Ottone III, venuto a Venezia per incontrarsi con il doge Pietro Orseolo II, nell'anno 1000, abbia qui passato la notte, come rappresentato in un dipinto all'interno della chiesa. Era la notte di Pasqua, e molto probabilmente ebbe da qui origine la tradizionale visita del doge alla chiesa e al convento, che avveniva il lunedì di Pasqua.. Nel 1106 il convento fu gravemente danneggiato da un incendio. Nella prima metà del '400 fu riedificato e in seguito ampliato con due chiostri ad opera dell'architetto Antonio Gambello. Il chiostro, con logge e portici a pavimentazione a spina di pesce e in argilla cotta, era fornito di una pregiata vera da pozzo, in marmo rosso di Verona, asportata e sistemata in un palazzo viennese durante il governo Asburgico. Nel 1483, alla morte dell’arch. GAMBELLO, il completamento del complesso fu affidato all’arch. Mauro CODUSSI, il quale progettò un secondo chiostro a logge e portici con vera da pozzo centrale e serbatoio per l’acqua potabile interrato e in seguito costruito in pietra d’Istria e trachite euganea. L'accesso al complesso monastico avveniva attraverso un sottoportico dalla Riva degli Schiavoni, mentre da campo San Provolo l'accesso era attraverso un portale gotico fiorito della scuola dei Bon, ove, in un bellissimo bassorilievo, è rappresentata La Madonna con il Bambino fra San Giovanni Battista, San Marco e San Zaccaria. Entrambi gli accessi erano chiusi da portoni durante la notte, mentre durante il giorno erano aperti dall'alba al tramonto consentendo così il transito. Due iscrizioni lapidee del Magistrato contro la biastema proibiva, sotto gravissime pene, qualsiasi atteggiamento immorale o ludico nel campo. Famoso per tradizione, ebbe sempre la benevola protezione della Signoria Dogale che, annualmente, nel giorno di Pasqua, vi si recava a udir vespro in gesto di gratitudine per la concessione fatta dalle monache al doge Sebastiano Ziani, sulla fine del 1100, di una parte del “brolo (parte di terreno) per l’ampliamento della Piazza San Marco. Per quell’occasione il doge portava in capo il “corno ducale” con cui era stato incoronato, a ricordo della donazione fatta, per la prima volta, alla Repubblica di tale copricapo ducale da parte di una badessa di San Zaccaria. Il 1806, successivamente all’occupazione napoleonica (1796), segnò la soppressione del monastero. L’edificio rimase abbandonato fino al rientro in città degli austriaci nel 1815, i quali vi ospitarono gli uffici della ragioneria centrale. Seguirono, così, notevoli lavori di ristrutturazione per adattare il convento alle nuove destinazioni d’uso. Infatti, i corpi di fabbrica edificati alla destra della chiesa, gli uffici del comando Provinciale, Comando Compagnia, Stazione San Marco e gli alloggi, furono costruiti tra il 1820 e il 1860. Nel 1866, con l’annessione del Veneto al Regno d’Italia, l’ex convento fu adibito a Presidio Militare del Regio Esercito con contestuale insediamento di un manipolo di carabinieri reali, con compiti di Polizia Militare. Dal 1890 al 1918 il luogo ospitò anche un comando di fanteria che fornì truppe per la guerra di Eritrea (1895-1898), per la guerra Italo Turca (1911- 1912) e per la Ia guerra mondiale. Nel 1914, con Regio Decreto, la caserma fu dedicata alla Medaglia d'Oro al Valor Militare al Colonnello dell'Esercito Nicolò Madalena, nato a Venezia nel 1863 e caduto eroicamente in combattimento in Libia (Cirenaica) nel 1913.(In allegato notizie sull’ufficiale). Sul finire della prima Guerra mondiale, l'edificio venne assegnato all'Arma dei Carabinieri Reali divenendone proprietà del Demanio civile dello Stato. Per quanto riguarda la caserma, ha un perimetro ad L che sviluppa una superficie di 3.500 mq; è delimitato a ovest, dall’abside della chiesa di San Zaccaria e dal campo omonimo, a nord, dalla fiancata destra della stessa chiesa e dalla scuola elementare Barbarigo ”, a est, da un canale, rio dei greci, inserito nel bacino di San Marco, a sud da una porzione dell’Hotel Wildner e dall’Hotel Londra. Gli edifici non ospitano opere d’arte di rilievo ad eccezione di elementi dello stesso ordine architettonico della chiesa, quali archi a tutto sesto, capitelli, colonne e chiavi di volta di origine codussiana, il portale d’ingresso e la scala, da cui si accedeva nelle stanze della madre badessa e alcuni quadri e mobili sei-settecenteschi negli uffici del Comando Provinciale. Festa o visita del Doge a San Zaccaria Al tempo che Agostina Morosini era Badessa in San Zaccaria, cioè a dire, l’anno 855, il Pontefice Benedetto III fu in Venezia, e visitò quella chiesa e quel monastero. Penetrato vivamente d’ammirazione per la virtù e santità che vide regnare fra quelle sacre vergini, volle, tornato a Roma, dare una testimonianza della sua soddisfazione con l’arricchirle di un gran numero di reliquie e d’indulgenze. In quell’occasione La badessa avrebbe ricevuto in dono il copricapo ducale dallo stesso papa Benedetto III. Con questa origine pontificia l'incoronazione del doge diventava simile a quella dell'imperatore, anche per questo il doge lo poteva porre sul capo solo il giorno della sua elezione. Fu allora che il Doge Pietro Tradonico (la cui famiglia fu poi detta Gradenigo) cominciò a visitare il tempio di San Zaccaria fra il concorso del popolo. Sarebbe stato un vero scandalo a quei tempi, in cui tutto respirava la più pura, e la più solida pietà, se il capo della Repubblica avesse mancato di assistere a solennità religiosa. Si fissò dunque il giorno di Pasqua come il più adattato all’annuale visita. La Badessa Morosini lietissima di vedere il Doge processionalmente venire alla sua chiesa gli offerse, d’accordo colle sue religiose, un regalo degno di lui, e della ricca eredità di cui ella godeva. Fu questo una specie di diadema repubblicano, che si chiamava Corno Ducale di un valore straordinario. Esso era tutto d’oro: aveva il contorno ornato di ventiquattro perle orientali in forma di pere. Sulla sommità risplendeva un diamante ad otto facce, di un peso, e di una lucidezza mirabile. Nel dinanzi un rubino anch’esso di massima grossezza, che abbagliava colla vivacità del suo colore e del suo fuoco. Come poi descrivere la gran croce che stava nel mezzo del diadema? Era questa composta di pietre preziose, e particolarmente di ventitré smeraldi, dei quali cinque, che formano il traverso, vincevano in bellezza quanto si può vedere in tal genere. Regalo così inestimabile venne dal Doge sommamente gradito, e da quel momento si stabilì, che il superbo diadema non avesse a servire se non per il giorno della coronazione dei nuovi Dogi. Ma perché quelle buone religiose non stessero del tutto prive del piacere di rivederlo (piacere che richiamava alla memoria un’azione nobilissima di quella comunità), si decretò inoltre, che tutti gli anni nel giorno della visita da farsi a San Zaccaria, esso verrebbe tratto dal pubblico tesoro, e sopra un bacino presentato dal Doge medesimo, e mostrato a tutte le suore; il che fu sempre esattamente eseguito. Un triste avvenimento accaduto l’anno 864 contribuì a dare a questa Festa un lustro maggiore. Da lungo tempo vi avevano in Venezia forti dissensioni fra alcune nobili famiglie, e sotto il Ducato di Tradonico più che mai infierivano. Tutta la città pareva divenuta un campo di battaglia; non essendovi giorno, in cui le due fazioni non si scontrassero, e non venissero fra di loro alle mani. Si azzuffavano a torme, mai si distaccavano senza prima avere sparso molto sangue. Il Doge tutto tentò per conciliare gli accaniti cittadini; ma gli venne ciò che d’ordinario incontra chiunque nel calore delle altrui dispute spiega uno spirito conciliatore. Volendo destreggiare, si rese sospetto di parzialità ad entrambe le parti. Di fatti è impossibile l’amare ad un’ora due fazioni diverse, e il farsi da esse riamare; conviene di necessità che una di esse rimanga scontenta, e non è raro, che questa mediti la perdita non men della sua rivale, che quella del mediatore stesso. Il Doge mandava ordini, e non era obbedito: minacciava, e le sue minacce si sprezzavano non regnava più disciplina alcuna, sicurezza nella città. Egli avrebbe voluto punire taluno fra i più ostinati d’ entrambi i partiti, ma nelle discordie civili le punizioni hanno talvolta conseguenze ancor più funeste perché di vantaggio inaspriscono gli animi. Il disordine andava più ognora crescendo: si mormorava contro il Doge; si gridava contro dell’ingiustizia, della tirannia; dalle mormorazioni si venne alle invettive, e l’eccesso del fermento ebbe per sviluppo la morte sciagurata del Doge. Venne egli assalito nel momento che usciva con tutto il suo corteggio dalla chiesa di San Zaccaria. Le guardie cercarono in vano di difenderlo; egli spirò sotto reiterati colpi di pugnale. Succeduto appena il fatto, i cittadini tennero una generale Assemblea in cui dopo aver deplorato LA tragicA fine del Doge, come un attentato orrendo, si crearono tre Commissari che prendessero in rigoroso esame l’affare. Conveniva assolutamente punire i rei per impedire ulteriori sfrenatezze nel popolo, ma si doveva anche fare sì, che in avvenire non potesse alcun Doge abusare della sua autorità, parzialeggiare con alcuna fazione: altrimenti non vi sarebbe differenza veruna fra il capo di una Repubblica libera ed un monarca, il quale si crede tutto permesso, perché niuno osa contrariare i suoi voleri, prescriver limiti alla sua autorità. Questi Triumviri si trassero fuori con vero zelo da una commissione sì gelosa. Si riconobbe l’utilità di tale magistratura, e quindi piacque che fosse perpetua. Ad essa si affidò la custodia delle leggi, ed i suoi membri si chiamarono Avvogadari di Comune. Furono essi sempre mai in grandissima riputazione, poiché erano i principali sostegni della pubblica sicurezza. Si volle poscia dare alla Festa, o per meglio dire, alla visita di San Zaccaria, un aspetto più decoroso, e per ciò si risolse, che il Doge colla Signoria invece di andare a piedi si dovesse recare al monastero nelle sue barche dorate, e che le grandi confraternite si trovassero a quel momento nella chiesa. La folla del popolo si accrebbe allora, e continuò poscia sino all’anno 1796, per acquistare le assegnate indulgenze, e per voglia di ammirare quel diadema, che col suo splendore abbagliava gli occhi di tutti. Il popolo non sa dimenticarlo, e lo piange tuttavia, come piange il pubblico un tesoro rinomato, e tante altre ricchezze nazionali miseramente disperse.
G.De Gobbis - Festa nel parlatoio del Convento di San Zaccaria Lapide del Magistrato affissa nel Campo di San Zaccaria contro qualsiasi atteggiamento immorale Viita del Doge  di San Zaccaria - F.Guardi Corno ducale del Doge
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